MILANO - Da 'zio' a 'norma': all'esegesi dei codici mafiosi è dedicato il primo monologo di Roberto Saviano nella seconda puntata di Quello che (non) ho, il nuovo programma con Fabio Fazio in onda su La7, che si è aperta sulle note di Casta diva, con Elio Germano che ha letto il testo di una lettera a Michele Zagaria. «Le organizzazioni criminali - spiega Saviano - hanno saccheggiato le nostre parole, come onore, famiglia, amico, parole magnifiche, mascherate come sinonimi di segmenti militari, organizzazioni, strutture».
«Nella società di Twitter e Facebook sembra impensabile che le organizzazioni possano ancora utilizzare pizzini o meccanismi di questo tipo, ma la cosa più grave è che a parole mascherate corrispondono società mascherate. Partire da qui, dalla lettera inviata in un carcere è un modo per salvare la parola. L'unico modo per rompere il rapporto tra potere e cultura criminale è tornare a nominare le cose come sono, dire le cose come sono. Difendendo la parola - sottolinea l'autore di Gomorra - sono fermamente convinto che difenderemo anche il nostro territorio».
«Questa strana lettera - spiega Saviano interpretando il linguaggio della missiva a Zagaria - inizia con una parola come zio, che per il Clan dei Casalesi significa boss, perchè i mafiosi non parlano mai in maniera diretta, chiara, usano un linguaggio allusivo, metaforico, perchè l'importante è non dare prova una volta che si finisce davanti a una corte». E così 'gli amici che partono per le vacanze' «sono probabilmente gli affiliati che vanno dritti in carcere, come vogliono le regole dell'organizzazione», continua Saviano, e 'ti salutano tanto' vuol dire che «non ci sono rischi di pentimenti».
Spazio poi alla 'macchina riempita di frutta fresca', probabile riferimento «ai mercati ortofrutticoli di Milano e Fondi» e alla 'Norma vista in teatro': «forse il teatro è il Parlamento e la norma è la legge, ma anche il fare affari, il loro potere», dice ancora Saviano.
Quanto a 'zio Nicola', secondo lo scrittore, «ascoltando i documenti della Dda di Napoli, potrebbe essere Nicola Cosentino o il padre di Michele Zagaria». Ma il «passaggio più allarmante della lettera è quello in cui è scritto 'Noi non dimentichiamo mai chi ci ha fatto del bene e chi ci ha fatto del male, la giustizia non ha tempo e luogo'. Le organizzazioni - conclude - non perdonano, hanno una memoria lunghissima».
IL DRAMMA DELLE TESTIMONI DI GIUSTIZIA Maria Concetta Cacciola, Tita Buccafusca, Lea Garofalo: tre donne, tre testimoni di giustizia, tre vite finite nell'acido, sono invece le protagoniste del secondo monologo di Saviano. «Con il silenzio - sottolinea Saviano - la loro vita sarebbe stata normale. E invece decidono di parlare per coscienza, per rabbia, e il sistema intorno a loro impazzisce».
«Nelle organizzazioni criminali la donna mantiene il silenzio, organizza, tiene in piedi la struttura. Se una donna decide di parlare sta distruggendo il sistema, non è un semplice traditore, è qualcosa in più, sta cambiando tutti. Queste storie, benchè tragiche fino in fondo, dimostrano il coraggio immenso e anche solitario che hanno avuto queste donne nel fare una scelta con un obiettivo: pensare di poter essere felici. La loro storia, al di là dell'epilogo tragico, dimostra che è possibile ricercare la felicità a una condizione, che coincida con la verità. E questo - conclude lo scrittore - me lo hanno insegnato».






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