Sabato, 19 Maggio 2012

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Politica

Grillo. Il PDL guarda al comico ma lui si smarca. "I partiti sono morti, chiudete Equitalia"

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20120517_grillo-pdlROMA - I voti del Movimento 5 Stelle? «Sono voti di cittadini liberi». Beppe Grillo si scrolla di dosso l'ombra del Pdl. E mentre alcuni esponenti del partito di Berlusconi invitano a scegliere al ballottaggio il candidato grillino in funzione anti-Pd, il comico dichiara che le indicazioni dei partiti sono «un insulto agli elettori».

E si rivolge direttamente a Pier Luigi Bersani, che nei giorni scorsi aveva messo il dito nella piaga del sostegno pidiellino al M5S: «Si rassegni Bersani - dice - I partiti sono morti». Ma il Pd risponde per le rime: «I cittadini liberi voteranno noi».

Grillo è in tour elettorale. Prova a portare alla vittoria i suoi candidati nei cinque Comuni in cui il M5S è al ballottaggio (Parma, Budrio, Mira, Comacchio, Garbagnate Milanese). In tutti, il M5S dovrà vedersela con il Pd. E almeno in due città, Parma e Garbagnate Milanese, da giorni emergono i segnali della tentazione pidiellina di votare 5 Stelle.

A Parma «non è stata data un'indicazione formale su chi scegliere», dice il segretario del Pdl Angelino Alfano. Ma anche tra gli esponenti nazionali del partito, c'è chi come il vicepresidente della Camera Antonio Leone non si fa problemi a dire: «Voterei il candidato grillino». Anche perchè «Grillo è un pò come Berlusconi nel '94, dice cose sovrapponibili».

Ma Grillo, che si sgola a proclamare il suo movimento estraneo a tutti i partiti («nè a destra, nè a sinistra»), prende le distanze dal sostegno pidiellino. «Il Pdl dice di votare per noi? È una presa per il culo - urla il comico dal palco di un comizio a Comacchio - Nessun partito si può permettere di dire cosa votare: non c'è l'usucapione del voto». E perchè sia chiaro a tutti, lo scrive anche sul suo blog che «le indicazioni di voto da parte dei partiti per i ballottaggi sono un insulto agli elettori».

Bersani ha detto che a Parma gli esponenti del centrodestra che hanno portato al fallimento la città voteranno il candidato grillino Federico Pizzarotti? «Bersani si rassegni - replica Grillo - I voti al M5S sono voti di cittadini liberi». Ma dalla segreteria del Pd Nico Stumpo ribatte beffardo: «Caro Grillo, noi del Pd sappiamo benissimo che i cittadini sono liberi. E nella loro libertà ci hanno assegnato il primo posto tra i partiti italiani. Abbiamo l'ambizione e la volontà di chiedere il voto anche a tutti coloro che hanno votato M5S».

La sfida di Parma è ancora aperta. E Grillo arriverà in città domani sera per chiudere la campagna elettorale. Ma intanto continua a menare bordate contro i partiti che «hanno spolpato questo Paese», tanto che pure uno come Bossi che indossava la canottiera «è entrato nel sistema e si è sciolto». Ma neanche i tecnici vanno bene, al fondatore del M5S: «Rigor Montis (Mario Monti, ndr) - ripete sempre - era consulente di Cirino Pomicino». E nel giorno in cui Monti porta il suo sostegno a Equitalia, Grillo è perentorio: «Va chiusa domani mattina: va chiusa!».

Bossi. I due figli e Stiffoni indagati, si difenderanno in tribunale

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bossi-jpg-crop_display_0MILANO - «Ne ho parlato oggi con papà», scrive Riccardo Bossi in una delle note spese sequestrate all'ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito.

Umberto Bossi era consapevole che i soldi finivano nelle tasche dei figli, dice ai magistrati lo stesso ex tesoriere. E il senatur finisce indagato a Milano per una truffa allo Stato da 18 milioni, pari all'ammontare dei rimborsi elettorali stanziati per il partito nel 2011. Bossi ha ricevuto l'avviso di garanzia ieri mattina nel suo ufficio di via Bellerio. Nessun commento da parte sua, mentre il presidente della Lombardia Roberto Formigoni ha parlato di «informazione di garanzia a tutela dell'indagato». Tutela o no, si tratta di una prima contestazione che potrebbe presto aggravarsi, visto che sono in corso gli accertamenti sul destino dei rimborsi al Carroccio negli anni 2008, 2009 e 2010.

Ieri la Finanza ha notificato analoghi avvisi di garanzia anche Renzo e a Riccardo Bossi. I figli maggiori del senatur sono accusati di appropriazione indebita con l'aggravante del danno di rilevante entità. Secondo il procuratore aggiunto Alfredo Robledo e i pm Paolo Filippini e Roberto Pellicano si sono fatti pagare dagli italiani attraverso le casse della Lega non solo le spese di auto, multe, carrozzeria e benzina; ma anche una paghetta mensile di circa 5mila euro per tutto il periodo che va dal 2008 al 2011. La raffica di avvisi ha centrato anche Piergiorgio Stiffoni, ma con l'accusa di peculato. A mettere il senatore nei guai è stato il capogruppo del Carroccio in Senato Federico Bricolo, che nei giorni scorsi aveva allertato i magistrati sulla anomala gestione dei fondi del gruppo parlamentare. Ancora da quantificare la cifra di cui Stiffoni si sarebbe appropriato, ma secondo le prime indiscrezioni si tratta di almeno 500mila euro. Con queste nuove iscrizioni salgono a otto gli indagati del fascicolo milanese, anche se la posizione di Stiffoni sarà a breve trasmessa a Roma per competenza territoriale. L'elenco dei nomi, però, potrebbe presto allungarsi all'esito della consulenza contabile ancora in corso. Al vaglio dei magistrati ci sono le posizioni della moglie di Bossi, Daniela Marrone, e della vice presidente del Senato, Rosi Mauro.

Lavoro. La riforma accelera: più tutele ai co.co.pro., stretta sulle partite IVA

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monti_forneroROMA - La commissione Lavoro di Palazzo Madama 'mette il turbo' e si appresta a licenziare i 72 articoli della riforma del mercato del lavoro e relative modifiche entro giovedì prossimo. I primi voti sono attesi in nottata. Poi domani una capigruppo a Palazzo Madama deciderà i tempi dell'esame dell'aula atteso a partire dalla prossima settimana.

Superata la fase di 'cautela' in attesa del primo turno delle elezioni amministrative e raggiunto un accordo politico tra i partiti che sostengono il governo Monti sulle modifiche condivise si procederà quindi in modo spedito. Anche perchè gli emendamenti nel frattempo si sono molto asciugati: i singoli senatori e i gruppi parlamentari avevano infatti presentato 1.047 proposte di modifica.

Ma ne sono rimaste solo 500, riferisce uno dei relatori, Maurizio Castro: «Abbiamo dimezzato il carico di lavoro», spiega aggiungendo che l'esame si concentrerà in nottata sui primi 29 articoli (sui 72 complessivi) sui quali la commissione Bilancio ha già espresso il parere.

Arriva intanto un appello bipartisan da 40 senatrici sulla norma della riforma che punta ad evitare il fenomeno delle dimissioni in bianco. Tra le firmatarie, il capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro parla di «un appello bipartisan da parte di 40 senatrici di tutti gli schieramenti per cambiare l'articolo 55 del ddl lavoro e migliorarlo». Per il Pdl parla invece Dorina Bianchi (Pdl) che sottolinea come occorre «contrastare una pratica illegale e assurda che coinvolge 2.000.000 di lavoratori, di cui 800.000 donne, il 90% delle quali a seguito di una gravidanza. È certamente apprezzabile la volontà del ministro Fornero di trovare una soluzione in tempi brevi».

E un'altra sollecitazione arriva dal segretario Pd, Pierluigi Bersani: gli ammortizzatori per i parasubordinati «sono insufficienti», mentre basterebbero a intervenire in maniera adeguata «circa 200-300 milioni». In ogni caso «si è arrivati a un punto di intesa. Credo che il testo sia stato nettamente migliorato. Il Parlamento ha lavorato bene». Tra le proposte di modifica che saranno esaminate ce ne sono anche 16 dei due relatori (oltre a Castro Tiziano Treu del Pd) e 27 dell'esecutivo.

A questi vanno aggiunti i circa 150 sub-emendamenti dei senatori. Rispetto ai testi presentati la scorsa settimana non ci sarebbero modifiche di sostanza «solo drafting del testo», spiega Castro. Tra i nodi che saranno sciolti dalla Commissione quello sull'articolo 18 dello Statuto: nei casi dei licenziamenti disciplinari è infatti ancora da decidere se nella riforma vada o meno inserita la cosiddetta 'tipizzazionè.

Un emendamento dei relatori non la prevede, quello del governo sì. Il rischio secondo alcuni è di limitare il potere della giustizia. Vengono intanto confermati con un emendamento del governo gli sgravi contributivi introdotti in via sperimentale per il 2008-2010 (650 milioni) e oltre al salario di base per i Co.Co.Pro si rafforza l'attuale una tantum per i parasubordinati.

La misura è sperimentale, vale 3 anni. Ad esempio, chi ha lavorato 6 mesi potrà avere oltre 6mila euro. Infine, tra le altre novità, quelle sulle partite Iva: saranno considerate 'verè quelle che hanno un reddito annuo lordo di almeno 18mila euro. Arrivano modifiche anche sul fronte dei criteri previsti dal ddl per stanare quelle false.

Moody's. Declassate 26 banche italiane: "Colpa delle misure del governo"

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ratingROMA - Colpo di scure di Moody's sulle banche italiane. L'agenzia ha tagliato i rating di 26 istituti di credito. Tra le cause «il ritorno dell'Italia in recessione e le misure di austerità del governo».

MOODY'S: "SULLE BANCHE PESA LA RECESSIONE E L'AUSTERITY" «I rating delle banche italiane sono fra i più bassi fra le economie avanzate europee e questo riflette la vulnerabilità degli istituti in un contesto difficile in Italia e in Europa», afferma Moody's,sottolineando le difficoltà legate alla «recessione e all'austerity che in Italia stanno riducendo la domanda nel breve termine».

La scure di Moody's si è abbattuta su tutte le principali banche italiane. Il rating di Monte dei Paschi è stato tagliato di due gradini, da Baa1 a Baa3. Quello di Unicredit e di Intesa SanPaolo di un gradino (da A2 ad A3). Il giudizio su Ubi Banca è passato da A3 a Baa2, quello su Banco Popolare da Baa2 a Baa3.

MOODY'S: "PROSPETTIVE NEGATIVE" Moody's ha tagliato il rating di 10 banche italiane di un gradino, di due gradini per otto banche, di tre gradini per altre sei banche e di quattro gradini per altri due istituti. «La portata dei downgrade è stata limitata da alcuni fattori», fra i quali la liquidità offerta dalla Bce, che ha «ridotto significativamente il rischio default nel breve termine. Inoltre molte banche hanno rafforzato i loro livelli di capitale». «Le banche italiane - spiega Moody's - sono particolarmente vulnerabili alle condizioni operative avverse, che causeranno probabilmente un ulteriore deterioramento della qualità degli asset, pressione sugli utili e limitato accesso al mercato. Questi rischi sono esacerbati dai timori degli investitori sulla sostenibilità» del debito italiano che ha contribuito alle difficili condizioni di finanziamento delle banche.

Eurozona. A rischio il ritorno a dracma e lira: risponde l'economista

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EUROTOWER-APPERTURA2ROMA - L'aggravarsi della crisi greca e i mutati scenari europei riaprono la partita sulla crisi. La Cancelliera tedesca Angela Merkel, indebolita dal tracollo elettorale alle regionali in Nord Reno Westfalia, deve anche affrontare la svolta francese. Con il socialista François Hollande all'Eliseo è probabile che la linea del rigore nella finanza pubblica venga messa in discussione. Potrebbe passare l'idea della creazione di un debito pubblico europeo, cui Berlino si è sempre opposta.

Ma l'uscita della Grecia dall'eurozona potrebbe innescare una crisi ancor più profonda, che avrebbe reazioni a catena sugli altri paesi in difficoltà, come Spagna e Italia. Giuseppe Berta, docente ed economista, risponde a quattro domande sulla crisi europea.

ATENE NEL CAOS.

La Grecia è ormai un paese ingovernabile, incapace sia di dare vita a maggioranze effettive di governo sia a un esecutivo capace di applicare le misure di austerità e di rigore finanziario richieste dall'Unione Europea. Se saranno indette nuove elezioni non è affatto detto che saranno in grado di produrre un risultato diverso.

Priva di un governo tale da garantire le condizioni imposte dalle istituzioni comunitarie, la Grecia non riceverà gli aiuti finanziari europei, necessari per onorare, almeno parzialmente, il debito pubblico. Ciò comporterebbe un default incontrollato e, di necessità, l'uscita dal sistema dell'euro. Ma il ripristino della dracma aprirebbe uno scenario di inflazione generalizzata e di isolamento economico, dalle conseguenze imprevedibili.

GERMANIA DEBOLE.

Due scenari si possono disegnare dopo la conquista dell'Eliseo da parte di Hollande e la secca sconfitta della Cancelliera Merkel in Nord Reno-Westfalia. Il primo postula una revisione profonda delle linee di politica economica fin qui seguite dall'Ue, con l'abbandono di un rigore intransigente nella finanza pubblica. Ciò sottintende l'immissione di una forte massa di liquidità e l'avvio della creazione di un debito pubblico europeo (cui la Merkel si è sempre opposta). Si aprirebbe una prospettiva più orientata alla crescita, con una svalutazione del rapporto di cambio euro-dollaro. Il secondo scenario postula che la Germania non sia disposta ad alterare il suo orientamento all'austerità. A questo punto, di fronte al contrasto con la Francia di Hollande, l'Europa sconterebbe una grave crisi di governance, con l'effetto di uscirne indebolita.

FUGA DALLA MONETA.

L'abbandono dell'eurozona da parte della Grecia costituisce già di per sé un fatto tale da destabilizzare il sistema monetario dell'Unione. Nessuno può oggi sapere con precisione quali sarebbero le conseguenze a cascata del default totale di Atene. Ne sarebbero toccati il delicato funzionamento della moneta unica, le sue quotazioni internazionali, mentre molti istituti di credito dovrebbero azzerare nei loro bilanci i titoli greci.

Insomma, già la Grecia da sola può pregiudicare il sistema dell'euro; figuriamo dunque cosa potrebbe succedere se il contagio investisse paesi come l'Italia e la Spagna, accentuando i timori sulla tenuta del loro debito pubblico. Per l'euro, così come l'abbiamo conosciuto, si tratterebbe di una crisi senza speranza.

L'OMBRA DELLA LIRA.

Il ripristino delle monete nazionali sarebbe un problema di gravità immane per tutte le nazioni. L'Italia ovviamente rischierebbe di ritrovarsi coi guai maggiori. Il ritorno alla lira sarebbe un'operazione di straordinaria complessità: in principio, occorrerebbe restaurare il valore di conversione stabilito al momento della nascita dell'euro, pari a circa 1937 lire.

Ma è chiaro che il deprezzamento della nostra moneta incomincerebbe un minuto dopo: l'inflazione perciò divamperebbe inevitabilmente e l'Italia dovrebbe porsi la questione di approvvigionarsi di capitali sul mercato internazionale, avendo perso la propria credibilità e trovandosi di fatto in stato di default. Difficile aggiungere altro al momento, giacché non esistono precedenti storici e dovremmo misurarci con una situazione assolutamente inedita.

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